giovedì, aprile 12, 2007

ANCHE I FILIPPINI PIANGONO


Al lavoro, cioè il posto dove mi guadagno da vivere, ho un collega che è quasi un paesano. Dico quasi perché viene dall’Ucraina. Ha circa la mia età e immagino una vita comunque simile alla mia. Di fatto questo non lo posso sapere, mi piace comunque pensare che sia così. Questo però, a differenza del sottoscritto ha un carattere più schivo, molto più chiuso e diffidente. Non ha avuto modo (ma penso neanche la flessibilità e la pazienza necessaria) per potersi integrare nel posto di lavoro, al punto che lui vorrebbe andarsene e i boss lo vorrebbero mandare via. Ma c’è carenza di personale e lui è bravo quindi non se ne fa niente. Comunque stavo parlando degli ucraini. Si dice: una faccia una razza? Ecco, noi lo siamo ancora di più. Lui parla perfettamente la mia lingua nativa e la sua è differente dalla mia, di sicuro meno di quanto lo sia il fiorentino con il romano, tanto per intenderci. Dopo la caduta del muro, molti di loro hanno rivendicato un patriottismo per secoli soppresso, una mancanza che ci ha fatto così simili quasi da non distinguerci. Molti di loro, come me del resto (quando a mio piacimento mi rivelo russo o italiano) non rivelano neanche la loro origine geopolitica reale e si presentano come russi, russi e basta. Tutti sanno dove sia la Russia, non tutti sanno deve sia l’Ucraina o quale sia la sua capitale.Insomma ci siamo trovati a parlare, soprattutto in russo e sul lavoro anche. Una lingua sconosciuta a molti per comunicazioni di servizio è utilissima, e mi sono accorto di come la cosa abbia provocato non tanto stupore quanto un certo timore nei presenti, forse di chissà quale complotto.
Allora mi è venuto in mente un mio compagno delle superiori. Questo invece è filippino. Vi ricordate che una decina di anni fa, quando romeni e africani ancora non si vedevano e i polacchi e gli albanesi erano già andati via, v’erano i filippini. Questi erano ben tollerati, poiché lavoravano sodo e chiedevano poco, ma soprattutto si mettevano quegli occhiali spaziali che solo loro riuscivano a trovare. All’epoca erano rinomati come ottimi domestici e scrupolosi badanti, sapevano cucinare e sopportavano qualsivoglia capriccio di qualsiasi vecchio bisbetico. Non rubavano e sapevano fare degli involtini primavera che erano la fine del mondo, non si lamentavano mai. Insomma, uno dei figli di queste domestiche frequentava la mia stessa classe, era l’unico straniero oltre a me e anche con lui c’era quel legame strettissimo basato non solo su una sincera amicizia ma soprattutto su una reciproca complicità di due emarginati. Si chiamava Valentin Batu (chissà se anche lui leggerà mai queste righe). Insomma, Valentin era un bel tipo, tutto d’un pezzo, alto e robusto per la media dei suoi paesani, ottimo studente e campione di non mi ricordo quale lotta del suo liceo di Manila, cosa che lo rendeva una macchina da guerra indistruttibile, se non fosse che era un ragazzo serio, gentilissimo e pacioccoso. Gli volevo molto bene, gliene voglio tuttora.
Un giorno, uno sconsiderato compagno di classe ebbe la malaugurata idea di beffarsi della sua (diciamo così) posizione sociale. La battuta che fece non la ricordo perfettamente ma suonava più o meno così: MA QUANDO VIENE TUA MADRE A PULIRMI LA CASA? Qualcuno rise, io no. Quel giorno si chiuse dentro se stesso e non parlo con nessuno, neanche con me, pianse in silenzio con il viso nascosto tra le mani. La cosa mi ferì, forse anche quanto ferì lui, mi dispiaceva non riuscire a dargli il mio conforto ma sapevo che era inutile. Il dado era tratto. Stava covando dentro di sé il suo istinto vendicativo, si stava trasformando in una macchina da guerra indistruttibile. Alla fine delle lezioni, fuori dall'istituto, fece saltare 4 denti al tipo con un calcio roteante spaziale. La cosa curiosa è che il “simpaticone” divenne presto suo amico e anche mio, almeno per la durata degli anni trascorsi all’istituto professionale Edmondo De Amicis.

Non voglio scrivere il post su come è dura essere piccolo e nero come Calimero, non mi si confà piangermi addosso e poi da adolescente me ne preoccupavo molto meno della mia presunta integrazione e su quella di tanti altri con la sorte simile alla mia. Certe cose non le capivo, forse per ingenuità. Sta di fatto che sì ho sofferto un po’ ma neanche più di tanto e so di gente che ha patito molto più di me, di Valentin e di tanti altri. Ma fermentava qualcosa anche dentro di me, covavo il mio disprezzo verso le istituzioni, perché erano quelle che ai miei occhi erano la causa di tutto quell’odio, la causa dei confini e della divisione del mondo, che erano la causa delle guerre, delle invidie, della paura, dei sotterfugi, e si può continuare all’infinito. Ecco i confini, gli stati, sono quello che ho rinnegato sempre più nella mia vita. Ero russo, ma se lo dicevo non ci credevano, se dicevo di essere italiano non mi credevano lo stesso. Ora rimango russo e mi sento cittadino (brutta pure questa di parola) del mondo, a sentire gli altri sono calabrese o siciliano e forse a breve (per breve intendo un tempo non ben definito che può essere anche di anni) dovrei prendere la cittadinanza italiana. E la cosa mi fa ridere, e anche tanto. Vorrei strillare al mondo: MA QUALE CITTADINANZA ITALIANA, SEMMAI VOGLIO QUELLA ROMANA!
So di non essere l’unico a pensare che siamo tutti uguali, ma sicuramente sono tra i pochi che sono convinti, che poiché siamo tutti uguali con quale diritto ci impediscono di andare dove vogliamo? Si son fatte delle linee immaginarie che non possiamo oltrepassare, come quando da piccolo al parchetto vicino casa a Ostia si giocava all’Uomo Nero (che è un po’ come 1 2 3 Stella). Nella rete per un periodo ho trovato uno spiraglio di salvezza. Nessun confine, nessun padrone, fuori controllo. Non ero più semplicemente l’uomo nero, ero diventato Toro Seduto nelle verdi praterie virtuali. Ma anche la sono presto arrivati gli Yankee, hanno chiuso Napster, Morpheus, Winmx, anche il caro Er-mule sta per fare la stessa sorte.
Anche Taglia46, che è calabrese per davvero, va a vivere altrove per motivi di lavoro. Anche lui, immigrante nel suo stesso paese. Un pezzo fondamentale di questa casa e di quest’anno e mezzo che ci ho trascorso assieme. Voglio bene anche a lui, e come all’epoca delle superiori, mi dispiacerebbe immaginarlo in una nuova città a combattere o addirittura nascondere l’evidenza e maledire chi la fa notare, il fatto di essere un “terrone”!

Io alla fine ci rido sopra e lo fa anche lui per fortuna e poi hanno tolto la tassazione dalle ricariche dei cellulari e la speranza è l’ultima a morire.

Un bacio a tutti dal pianeta Saturno.




3 commenti:

bak ha detto...

Anche gli arabi, i turchi, i cinesi, i pakistani, gli indiani, gli inglesi, gli australiani, gli americani, gli italiani, gli armeni, i croati, i tailandesi, ...
e tutti gli emigranti, che sia nel loro stesso paese o meno. Abbiamo però dimenticato di essere comunque ospiti e mai padroni su questa terra.
Ti voglio bene fratello

O<-<

danDapit ha detto...

"Cittadini del mondo" lo siamo TUTTI!
Perchè nel mondo tutti abitiamo! A maggior ragione senza confini, come tu sottolinei!

Mi piace ciò che hai scritto, è bello, fa riflettere ed emozionare...
Ho vissuto con un somalo per alcuni anni, e so che significa avere problemi di cittadinanza o di rinnovo di soggiorno, poi anche lui si decise a chiedere e a prendere la cittadinanza italiana!
Anche se era tanto orgoglioso della sua!
Ma in definitiva: siamo cittadini del mondo, e basta, veramente!
E riguardo alle differenze che diventano pregiudizi: fra gli esseri umani ogni peculiarità può diventare motivo discriminante!
Non è solo il colore della pelle, o un cognome, o lo stato sociale...
Anche solo avere idee non conformi ad un certo cliscè, o non appartenere ad un gruppo ben identificato e identificabile...
La peculiarità è fonte di forza, per questo attira sassi!
un bacio!

Casa Russia ha detto...

Cia Danda
Hai visto? ho fatto progressi, ora so allegare addirittura i video... per l'ora di Mosca, non saprei, magari lascio così! Tanto non cambia nulla e anzi è diciamo una peculiarità in più... he he he